Crevalcore, una città fantasma che si rimbocca le maniche

Crevalcore è una città fantasma. Colpita duramente dal terremoto della scorsa settimana, le scosse di ieri ne hanno decretato la morte. Il centro cittadino del XIII secolo è stato completamente evacuato. Quasi tutti gli edifici sono pericolanti, solo per miracolo non si sono ancora contate vittime. Su 13 mila abitanti, ci sono almeno tremila sfollati. «Ma il numero – racconta il sindaco Claudio Broglia che coordina i soccorsi dal centro sportivo – è destinato ad aumentare». Mentre elenca i danni subiti dalla sua città incrocia un conoscente. Nonostante le ultime scosse si rifiuta di lasciare la sua abitazione. «Voi dovete venire qui – gli dice il sindaco indicando il campo di accoglienza costruito la scorsa notte – Vi dovete convincere. Non voglio sentire storie».

Crevalocre, provincia di Bologna al confine con il modenese, è una delle città più belle nella zona tra quelle colpite dal terremoto. Ricca di storia e arte. «Ma non scordiamoci Mirandola, San Felice sul Panaro… – raccontano nei bar – sono molto belli anche quei paesi».

Oggi la città ha un aspetto spettrale. È completamente sigillata, l’ingresso è interdetto a tutti. Nelle stradine del centro girano solo pochi vigili del fuoco e gli ingegneri chiamati per valutare i danni. Alcuni operai della coop.costruzioni di Bologna stanno ultimando i lavori: chiudendo con reti metalliche tutti gli accessi alla città vecchia. Da Porta Bologna, estremità est di Crevalcore, è possibile vedere tutto il centro cittadino. Ci sono i portici di Corso Matteotti, in fondo spunta Porta Modena. Da ieri qui non si può più passare. «Il terremoto del 20 maggio ci ha colpito duramente – racconta Daniele, un signore di mezza età che ha dovuto lasciare la sua abitazione che affaccia proprio sul corso – ma la scossa di ieri ci ha dato il colpo di grazia». Si contano i danni. Le tre chiese cittadine sono inagibili. Si teme soprattutto per San Silvestro. La più bella, insieme alla chiesa della Concezione e quella del Crocefisso. Davanti sorge l’ottocentesco palazzo comunale. Lesionato anche quello.
E poi c’è il teatro comunale. Costruito a metà dell’Ottocento, tre ordini di palchi e la platea. «Il nostro gioiellino» ripetono in tanti. Pericolante, fino a poche ore fa non era stato possibile neppure quantificare i danni. «È troppo rischioso entrare» racconta il sindaco Broglia. Poi c’è il complesso monumentale Villa Ronchi, completamente distrutto. «Insomma – spiega il primo cittadino – in tutta la zona non è rimasta né una chiesa né un campanile agibili». «Il nostro paese è morto» ammette con tristezza Daniele.

Poco dopo Porta Modena c’è un punto di soccorso allestito dai vigili del fuoco. Qui si organizzano le spedizioni in centro. Chi ha lasciato in fretta la propria casa può tornare per pochi minuti accompagnato da alcuni vigili per recuperare indumenti e medicinali. Una, due persone al massimo per viaggio. Attorno al camion dove si raccolgono le richieste si è creata un lunga fila. Ordinata e silenziosa. Don Adriano, il parroco di Crevalcore, supera le transenne per entrare in centro. Insieme a lui un paio di vigili del fuoco. «I danni alle nostre tre chiese sono gravissimi» racconta. Si presta per una fotografia, poi corre via: «Mi scusi ma devo andare».

I vigili del fuoco sono tutti del comando di Bologna. «Certo – raccontano due di loro – forse qui i crolli sono meno spettacolari che altrove. Ma il dramma è lo stesso. Quasi tutta la città è irrimediabilmente lesionata». Lavorano qui da 24 ore, rischiando di finire sotto le macerie a ogni nuova scossa di terremoto, ma non si sentono eroi. «Il mio nome non lo scriva per favore» dice uno prima di andarsene.

Il palazzo del comune non è più agibile. E così l’amministrazione cittadina è stata trasferita fuori dal centro, nella biblioteca dedicata a Paolo Borsellino. La settimana scorsa qui si sarebbe dovuta celebrare la notte bianca di Crevalcore, per festeggiare i dieci anni dalla nascita della biblioteca comunale. I festeggiamenti ovviamente sono stati cancellati, ma in città sono rimasti numerosi cartelloni che pubblicizzano l’evento. «Dal 21 maggio ci siamo spostati qui» racconta con un pizzico di orgoglio Sandra Bongiovanni, dipendente del comune. «Dal giorno dopo il terremoto eravamo già operativi». L’atmosfera è tranquilla, nonostante la tragedia. Fuori dall’edificio i cittadini fanno la fila, in attesa di poter quantificare con i tecnici del comune i danni subiti. Dentro la biblioteca gli impiegati lavorano alle scrivanie. Fuori sono stati sistemati i contenitori per la raccolta differenziata. «Le stupisce tanta calma? Pensi che a poche ore dalla prima scossa qui tutti i dipendenti erano al lavoro». Nella biblioteca sono state portati in poche ore tavoli e armadi: «Lavoriamo dodici ore al giorno, da martedì scorso eravamo già in grado di fare le pratiche per la carta d’identità» continua Sandra. La sua scrivania è stata sistemata nel reparto “libri per ragazzi”.

A poche centinaia di metri di distanza sorge il campo di accoglienza costruito attorno allo stadio di calcio. Ieri notte i primi sfollati hanno potuto dormire in stazione, nelle sei carrozze con cuccette del treno messo a disposizione delle Ferrovie. Nelle ultime ore i militari dell’8° reggimento genio guastatori della Folgore hanno costruito una tendopoli. Insieme a un gruppo di scout giunti stamattina da Bologna stanno distribuendo i posti letto alle famiglie che hanno perso la casa. I paracadutisti vengono da Legnago, in provincia di Verona. «Quando abbiamo sentito il terremoto – racconta il capitano La Ianca – abbiamo capito subito che saremmo dovuti intervenire». Sono una settantina di militari. In poche ore hanno tirato su un campo pronto ad accogliere quasi trecento persone. «Noi siamo abitati a operare nel deserto – continua l’ufficiale – E di fronte a drammi del genere posso dirle che preferiremmo dover fare solo quello».

La tragedia di questi giorni è resa ancora più drammatica dal pensiero di quello che succederà nelle prossime settimane. Il timore di molti è che Crevalcore possa rimanere una città fantasma. Ecco perché il sindaco sta considerando l’ipotesi di far abbattere alcuni palazzi per poterli ricostruire. «Se un edificio è in pericolo di crollo – racconta – va prima fatta la messa in sicurezza, poi ripristinato il palazzo. I costi possono essere davvero importanti, specie per le nostre casse. Per gli edifici monumentali non c’è discussione, vanno salvati. Ma per quelli antichi, di nessun interesse storico, dobbiamo iniziare a pensare a modalità più agili e snelle di ricostruzione».

Il messaggio è chiaro: «Vogliamo avere la ragionevole percezione che stiamo andando verso la fine delle scosse. Ma in quel momento vogliamo tornare ad abitare il nostro paese».

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